News

Ciao Claudio... Grazie per le tante risate che
abbiamo fatto.
L’ultima proprio poco prima che tu
partissi per le praterie celesti.
Buon viaggio, amico mio...
di Beppe Lucchi
Da Napoleone alle guerre mondiali, dalla CEM al Faro, una nemesi storica che ha cancellato memoria...
Se è vero che la civiltà di un
popolo si misura dalla capacità di conservare la memoria del territorio che ha
vissuto, per il mio paese si apre nuovamente lo spettro storico della cultura
della demolizione. Purtroppo è una singolare sindrome che ha radici secolari,
provocata dalla mancanza di conoscenza, che tende sistematicamente a demolire i
segni della memoria di una comunità, lasciando alle future generazioni un luogo
senza un’identità storica ben definita, senza più uno stile riconoscibile.
Il Greco antico può spiegarci
l’etimo più profondo di parole apparentemente vuote o superflue come poesia
o estetica. Eppure significano creare e sensibilità. A
Monghidoro si sono infatti mosse due forze contrapposte: l’una ha creato con
sensibilità, l’altra ha distrutto con arroganza. Indirettamente fu Napoleone ad
aprire le ostilità con le soppressioni del 1797. Il monastero di S.Michele ad
Alpes, nostro autentico gioiello architettonico cinquecentesco, venne chiuso e
gli operosi monaci Olivetani mandati via. Con l’avvento dell’unità d’Italia ci
si accorse che la torre campanaria, abbandonata senza più manutenzione, era
divenuta pericolante. Così il campanile del Brighenti svettò solenne in piazza
Ramazzotti intorno al 1870. E siccome il virus della demolizione aveva ormai
fatto presa, si pensò, per allargare la carreggiata stradale di circa 45
centimetri, di demolire anche la facciata della chiesa del monastero
disperdendone pure le pregevoli sculture posate sotto il loggiato d’ingresso.
Nel 1926 il sindaco chiese ad un
maestro muratore la perizia per il ripristino della fontana collocata al centro
della piazza. Con dovizia di particolari tecnici, le risultanze ammontarono a
10.282,80 Lire perché si trovava in pessime condizioni e bisognava pertanto
ricostruirla di sana pianta. Ma non fu così. Anche se la grande guerra era
terminata da quasi un decennio, e i nostri valorosi combattenti non erano stati
ufficialmente commemorati altrove, la fontana fu demolita per far posto al
monumento con le formelle in bronzo del Fioroni, e le tavole marmoree con in
calce la dicitura firmato Diaz. Arrivarono i bombardamenti alleati del
settembre 1944. Campanile e chiesa di S.Maria furono danneggiati in misura non
certo irrimediabile. Passò il Fronte, e nel ’48 fu costituita la CEM
(Cooperativa Edile Monghidoro) che sicuramente garantì un futuro dignitoso a
tante famiglie monghidoresi. Il paese era pieno di fame, fango e macerie.
Bisognava creare lavoro e, in quelle condizioni di particolare emergenza,
nessuno pensò ad altro. Io sono nato fortunatamente col boom economico, ma ho
sentito raccontare da molti compaesani che la CEM non fu certo estranea al
coinvolgimento che demolì il vecchio complesso ecclesiastico. Taluni
dissentono, tuttavia, alcuni documenti dell’epoca riguardanti il piano
regolatore di ampliamento del Capoluogo, evidenziano questi collegamenti. Anche
la Curia e altri Enti ne furono complici. La chiesa era divenuta piccola, i
danni di guerra del piano Marshall per costruirne una più grande erano stati
assicurati. Si edificò così un orribile palazzo con tanto di tapparelle
cittadine e, per garantirne l’accesso, si creò l’imponente arco cementizio che
di fatto ha spezzato la tipica atmosfera chiusa e raccolta del chiostro de La
Cisterna.
Nell’albo della CEM, tra le tante
azioni benemerite, va ricordato il soccorso portato agli alluvionati di Firenze
nel 1966, e ai terremotati del Friuli nel 1976. Ma, per onestà intellettuale,
bisogna anche saper vedere lo scempio urbanistico che tuttora domina La Crocetta,
all’ingresso sud del paese. Questo infatti è sempre stato il tallone
d’Achille delle pubbliche amministrazioni monghidoresi: il non essere in
grado di coniugare lo sviluppo economico con il rispetto della storia e della
cultura. Dal 1995, per un lustro, il sindaco Salomoni ed io abbiamo invertito
questa tendenza negativa occupandoci oggettivamente di valorizzazione
dell’identità storica, e di recupero della dignità urbanistica. Anche se si è
fatto molto, siamo purtroppo arrivati troppo tardi senza mancare però di
trasmettere alle numerose scolaresche incontrate la valenza scientifica del
metodo storico-culturale adottato. Nei fatti si è dovuto costatare che le
eccezioni passano, ma la cultura della demolizione che cancella i segni della
memoria è dura a morire. Oggi sembra prendere di mira il Faro, la tradizionale
discoteca del paese. L’allora capannone che doveva ricoverare il bestiame
durante le fiere, fu edificato dal genio civile di Bologna sul finire degli
anni ‘50 grazie ai finanziamenti elargiti per i danni di guerra. Nel 1969 quel
bene pubblico fu poi trasformato prima nel dancing Club 69 poi nella discoteca
Casa del Turista al Faro, e affidato in gestione alla Pro-Loco
dall’amministrazione comunale. Successivamente, dopo diverse vicissitudini, nel
1996 fu indicato per promuovere nuovamente lo sviluppo turistico del paese. Io
condivisi quella scelta strategica, votandola in consiglio comunale. L’attuale
prospettiva di spostare un supermercato al posto del Faro, se attuata,
manifesterà a mio avviso tutta la sua debolezza. La collocazione urbanistica
della struttura, assai limitata sia a monte che a valle e dunque senza il
fondamentale respiro, mi pare infatti poco idonea a soddisfare le esigenze di
espansione di una distribuzione commerciale. Inoltre, l’arteria stradale di
circonvallazione che attraversa l’area, si è vistosamente congestionata con
l’entrata in vigore del senso unico di percorrenza che interessa due delle tre
vie principali del paese. La singolare storia pubblica del Faro ha spesso assolto
egregiamente alla funzione sociale, culturale e turistica per cui era nato.
Pochi lo sanno. Ma da Monghidoro è transitata una parte significativa della
storia della musica popolare italiana del dopoguerra. Quattro nomi su tutti:
Lucio Dalla, Vasco Rossi, gli Area e il Banco. Hanno suonato al Faro, che anche
per questo rappresenta un bene prezioso nei sentimenti dei monghidoresi e non
solo. Sarebbe davvero un’autentica aberrazione culturale cancellarne la memoria
per far posto a salumi e latticini che, a pochi metri da lì, in uno spazio
aperto a due passi dal centro, troverebbero invece la loro collocazione
urbanistica ottimale. Perché allora, in attesa che le discoteche tornino ad
essere un vantaggio economico anche in montagna, non allestire un moderno museo
musicale, con Internet e filodiffusione, che comprenda la storia del locale e
anche quella di Gianni Morandi anziché agevolare l’interesse privato?
Indubbiamente vi sono differenze
storico-architettoniche tra i diversi episodi citati. Ma ciò che conta è che
purtroppo non è cambiato il metodo: ovvero cancellare memoria in nome della
convenienza economica. Mi chiedo infine che senso abbia continuare a proporci
come paese turistico senza avere superato la cultura della demolizione, quando
non si riesce neanche a rendere pedonale piazza Ramazzotti nei mesi estivi
obbligando lo scarso senso civico di alcuni miei concittadini all’utilizzo dei
parcheggi decentrati? Il passaggio del testimone alle future generazioni ci
dirà se qualcosa d’indispensabile è stato seminato: un cambio di mentalità
frutto di sensibilità e conoscenza. E’ l’unica speranza rimasta al mio paese...
30 maggio 2006
DEMO LIVE IN FANO
Sabato 22 aprile, Beppe Lucchi e Laura Bruno,
interverranno alla presentazione della Maratona di Fano che si terrà il
prossimo 7 maggio 2006. Il musicista monghidorese e la cantante anconetana,
presenteranno un breve estratto del loro programma musicale che verrà eseguito
la sera del 6 maggio nel centro storico della città adriatica, prima dell’esibizione
di Riccardo Fogli. Quattro le canzoni di cui Lucchi stesso ne è l’autore: “ Nel
cuore della gente – Anima – Questo sentimento – Amami ancora “. E poi una breve
elaborazione per chitarra sola della nota ballad “ But not for me “ di
Gershwin, e “ Io che amo solo te “ quale tributo a Sergio Endrigo, recentemente
scomparso. Si ringraziano Annibale Montanari e Fausto Cuoghi per
l’organizzazione.
Info:
UNIVERSITA’ DEGLI
STUDI DI BOLOGNA,
4 LUGLIO 2005
VERONICA LUCCHI PROCLAMATA DOTTORESSA IN LINGUE
Original
Message
From:
Beppe Lucchi To: Giorgio Guazzaloca
Sent: Tuesday, June 15, 2004 2:07 PM
Subject: lettera breve
Caro Giorgio,
ti esterno con profonda sincerità i miei
personali complimenti per lo stile e l'autorevolezza con cui, assieme a Dozza,
sei stato con onestà intellettuale il Sindaco di tutti i bolognesi: dai
partigiani alla Madonna di S.Luca. Da ex Assessore di successo a Monghidoro, so
già che ti rimarrà, fulgido e indelebile, il superamento del più difficile
degli esami: quello della tua coscienza. I fatti dimostrano le tue
indiscutibili capacità di amministratore pubblico, compresi gli sforzi cui hai
dovuto sottoporre la tua salute per non venire mai meno ai doveri
istituzionali. De Gasperi per primo parlò infatti della moralità e del
disinteresse personale in politica, quali valori indispensabili per la
pacificazione delle coscienze. Io ho sempre ritenuto che sono le persone a dare
lustro alla cariche pubbliche, e non viceversa. Ed è proprio in virtù di questo
concetto che le persone capaci rimangono tali, sempre. Il tempo è galantuomo: e
pertanto anche altri dovranno riconoscere come giuste le soluzioni da
te avviate per mitigare il traffico cittadino. Sorrido pensando poi a chi ha
fatto chiacchiere per decenni, dicendo sistematicamente no alle proposte
altrui, e che adesso dovrà invece dare risposte concrete ai Cittadini. E provo
un'infinita tenerezza per i cattolici che lo hanno sostenuto, dimenticando
proprio la grande lezione di De Gasperi. Infine mi rattristo per una città che,
anche se frequento poco, pensavo avesse definitavamente superato con maturità
tutte le sterili ideologie del passato (da piazza Medaglie d'Oro a via
Valdonica), e che invece si ritrova in una sola notte ad arretrare di
trent'anni, scegliendo una coalizione di partiti politici anziché la persona
giusta al posto giusto.
Un abbraccio infinito, Beppe Lucchi.
Bologna, febbraio 2005
Caro Lucchi, come avevi previsto il messaggio
di giugno non mi era mai arrivato. Ho visto quello di oggi e ti ringrazio per
le belle parole dense di affetto che hai voluto inviarmi. Vediamoli all’opera
questi professionisti delle parole retoriche e demagogiche. Noi continuiamo per
la nostra strada con la certezza che il tempo sarà dalla nostra parte. Un
abbraccio affettuoso, Giorgio Guazzaloca.
“ una canzone di Beppe Lucchi
vince il concorso nazionale disabili “
Con la canzone Anima, scritta nel
1994 e dedicata allo scomparso padre Corrado, il musicista paraplegico
monghidorese Beppe Lucchi diplomato in chitarra al conservatorio ha vinto il
concorso nazionale “disabilità ovvero diverse abilità” promosso dall’istituto di
riabilitazione S.Stefano di Porto Potenza Picena (provincia di Macerata), in
collaborazione con l’ambito territoriale XIV della regione Marche, per
celebrare l’anno europeo dei disabili che si concluderà a fine mese. Oltre 500
le opere presentate da tutta Italia nelle diverse sezioni di musica, poesia,
disegno e video, per un totale di otto vincitori tra adulti e ragazzi (due per
ogni disciplina artistica). A loro è andato in premio un assegno, una pregevole
scultura ispirata alla solidarietà, e l’attestato con i complimenti firmati da
Gianni Morandi che è intervenuto alla cerimonia tenutasi domenica scorsa
mediante un messaggio videoregistrato. Le composizioni vincenti verranno poi
pubblicate da una casa editrice in un’unica opera corale a ricordo dell’evento.
Davanti ad una platea di 600 persone che ha riempito il cinema-teatro della
cittadina marchigiana, dopo aver eseguito la bellissima canzone magistralmente
interpretata dalla giovane e promettente cantante Laura Bruno, Lucchi è stato
premiato dal sindaco di Monghidoro Marino Lorenzini e dall’assessore regionale
Silenzi, risultando il solo vincitore dell’Emilia-Romagna. Nella motivazione
espressa dalla giuria sono stati sottolineati la prodiga fantasia melodica ed
armonica, la profondità del testo e il buon gusto dell’arrangiamento.
Com’è nata l’idea di
partecipare al concorso?
Dalla voglia, a 45 anni, di
mettersi ancora in discussione perché la competizione con se stessi è
fondamentale per cercare di migliorare sempre.
Si ritiene fortunato per questo
prestigioso riconoscimento?
Certo. Il vero successo è
riuscire in ciò che si vuole, e a me è sempre andata bene grazie anche agli
esempi dei tre grandi maestri che ho avuto la fortuna d’incontrare. Mio padre
innanzitutto: mi ha insegnato che le cose vanno fatte bene altrimenti è meglio
lasciar perdere. Pino Daniele: nel 1981 mi disse che la musica può dare senso
all’esistenza, e che avrei dovuto farne una ragione di vita. Don Gelmini: nel
1997 mi ha dimostrato che la bellezza del Vangelo sta nella sua applicazione
concreta e quotidiana a servizio degli ultimi.
Il più bel complimento del
pubblico alla sua canzone?
Molti erano visibilmente
emozionati. Mi hanno detto che se fosse stata presentata a S.Remo avrebbe
vinto. Ma la musica per me è soprattutto spiritualità.
Soddisfatto della meta
raggiunta?
Assolutamente no. Per essere
felici bisogna comprendere, tra le altre cose, che le mete raggiunte altro non
sono che nuovi punti di partenza.
Il Ministro delle politiche
sociali Roberto Maroni, cui Beppe Lucchi aveva inviato di recente alcune
proposte di Legge per migliorare la qualità della vita dei circa tre milioni di
disabili italiani, gli ha fatto pervenire il seguente telegramma. “ Caro Beppe, ho saputo della tua vittoria: oggi la sezione
di musica del concorso nazionale disabili, ieri la vittoria sulla malattia. Che
la tua esperienza sia di monito e di speranza per tutti. Chi come te crede nei
valori, nell’impegno e ha una grande forza di volontà può essere di grande
aiuto a tutti noi. Congratulazioni per il premio e buon lavoro. “
Ufficio Stampa
Dott. Fausto Cuoghi
1° marzo 2004
Bologna, 23 IV 2002
Caro Lucchi, ho avuto da Stefano
Lorenzi (in occasione di un incontro recente) il tuo volumetto di racconti dal
titolo “Sul monte dei Goti tira forte il vento” e vorrei esprimerti tutto il
mio apprezzamento per la scrittura rapida ed efficace, e per le storie intense
di vita vissuta. Tuo Macciantelli
Molino Silla di Amelia, 2 maggio
2002
Carissimo Beppe, ho ricevuto e ho
letto molto volentieri, anche perché è scritto in maniera gustosissima, il tuo
libretto “Sul monte dei Goti tira forte il Vento”. E’ davvero bello il modo con
cui, tu con i tuoi problemi, riesci a trasmettere la gioia per la vita. Ti
ringrazio per questo dono che hai fatto a tutti, ma particolarmente a me e alla
Comunità Incontro, e voglio dirti che sono rimasto emozionato e commosso per
l’amore che esprimi verso di noi. A dire il vero, sembri proprio uno di noi,
anzi lo sei perché a chi ti legge fai proprio venire la voglia di vivere. Che
il Signore ti benedica e continui in te quel prodigio d’amore, scanzonato e
profondo, nostalgico e profetico, che dalla tua carrozzina trasmetti a quanti,
pur camminando sulle proprie gambe, non sanno mai dove andare. E’ proprio vero
quello che ti ha insegnato tuo padre: anche sulle strade della vita ci sono
“sostanziali diversità tra un autista e un semplice conducente”. E per chi
conoscere il “mestiere del vivere” queste sono chiare. Anzi chiarissime. Molti
cari saluti ed auguri. Don Pierino Gelmini
Firenze, lì 28.05.2002
Caro Beppe, ti ringrazio di
avermi compreso fra gli amici a cui hai fatto omaggio di “Sul monte dei Goti
tira forte il Vento”. Sono raggi di luce nella vita di Monghidoro, un paese di
cui mi sento figlio anche se sono vissuto altrove. Complimenti e… grazie!
Cesare Caramalli
“ FIRENZE BENE CULTURALE DEL MONDO “
Il grande patrimonio artistico
italiano è universalmente conosciuto sostanzialmente grazie a tre stili
espressivi ben definiti: il rinascimento pittorico e architettonico, il
melodramma lirico, e la canzone classica napoletana. I primi due di questi tre
canoni creativi vedono Firenze protagonista. La città è dunque un museo a cielo
aperto il cui limitato respiro urbanistico, magistralmente tracciato da Arnolfo
di Cambio a partire dal XIII secolo, è estremamente limitato causa la
particolare collocazione ambientale compresa tra l’Arno e le colline dintorno.
Un’antica atmosfera a misura d’uomo che la rende affascinante e fragile al
contempo, che spazia dagli uffizi alla cupola del Brunelleschi, dal campanile
di Giotto al palazzo della signoria,
dalla loggia dei Lanzi a S.Croce, da palazzo Pitti a ponte vecchio, trai
i luoghi che nel tardo ‘500 videro la camerata fiorentina dare vita alle
origini del melodramma. Credo sarebbe stato obiettivamente difficile trovare
una città meno adatta di Firenze per ospitare il social forum europeo: eppure è
successo. Dopo una preventiva disponibilità delle istituzioni locali, è toccato
di recente al governo centrale acconsentire allo svolgimento della
manifestazione scegliendo saggiamente il minore dei rischi possibili visto che
ormai si era giunti a un punto di non
ritorno. Tale scelta sembra aver creato un unanime clima disteso, che è auspicabile
produca gli effetti che lo hanno ispirato frutto di un condiviso senso di
responsabilità. Dal 6 al 10 novembre, quindi, molti giovani europei
discuteranno di globalizzazione, democrazia, cultura e civiltà. E sarebbe
davvero paradossale che lo si facesse senza rispettare il centro storico di
Firenze, ovvero un bene culturale che appartiene alla civiltà del mondo intero.
Mi auguro comunque che in futuro, con maggiore attenzione, oculatezza e
sensibilità, si eviti di esporre un simile patrimonio ad inutili rischi.
Monghidoro, 1°/9mbre/2002
APPENNINO
BOLOGNESE
“ L’anno internazionale delle montagne “
Il 2002, anno internazionale
delle montagne proclamato dall’ONU, sta finalmente giungendo a termine. Dico
finalmente perché lo scenario istituzionale cui abbiamo assistito è stato
davvero penoso. Le buone intenzioni si sono sprecate tra convegni, dibattiti e
fiere espositive. Ma se è vero che la capacità di tradurre le parole in fatti
concreti è ciò che distingue la nobiltà della politica dalla sterile demagogia,
mi pare che il bilancio per il nostro territorio sia decisamente spietato. I
Sindaci continuano ad essere moltiplicatori del brutto, forti della propria
presunzione democraticamente legittimata, martoriando la bellezza ambientale e
architettonica delle nostre valli, compromettendone sempre più la loro
vocazione turistica. Piove tre giorni consecutivi e la montagna frana ovunque,
evidenziando in modo clamoroso che non esiste nessuna politica incisiva di
tutela del territorio dal dissesto idrogeologico. Con l’avvento del crepuscolo
della civiltà contadina, appare infatti sempre più insignificante il ruolo
delle Comunità Montane che vengono meno ad un compito primario. A oltre
trent’anni dalla loro istituzione il risultato effettivo è sotto gli occhi di
tutti: inutile burocrazia e costose poltrone da mantenere. E’ pertanto
auspicabile che esse rientrino a tutti gli effetti nel riordino delle
competenze territoriali di cui ha parlato di recente anche il Presidente del Consiglio,
teso appunto ad eliminare gli Enti statali improduttivi. Le responsabilità
della Provincia circa la viabilità sono poi davvero imbarazzanti. Non solo per
il reiterato ritardo con conseguente spreco di denaro pubblico in ordine alla
definitiva soluzione del nodo di Rastignano, ma in genere per la miope
strategia complessiva della situazione viaria che si sta profilando a Sud di
Bologna, la quale ci penalizza gravemente. Infine dal bilancio consuntivo 2001
della Regione, emerge il dato assai sconfortante di un’esigua percentuale di
spesa per l’Appennino. E l’impianto di riforma della Legge Regionale 6/89,
lasciando ampi margini di discrezionalità, non ha di fatto compreso il concetto
fondamentale di delegare alla ricerca universitaria i cardini guida di una
corretta pianificazione territoriale rispettosa della dignità urbanistica e
dell’identità stilistica della montagna, che è la sola in grado di conciliarne
storia e progresso. Mi pare dunque che con l’attuale classe dirigente locale
per il nostro comprensorio montano non vi sia alcuna prospettiva di salvezza.
Occorrerà che in futuro la Cultura entri finalmente nelle istituzioni.
Monghidoro, 9/9mbre/2002
di Beppe Lucchi
Il rilancio della nostra montagna
sarà
possibile solo se la Cultura
entrerà davvero nelle istituzioni
La seconda guerra mondiale ha distrutto molto dei nostri
paesi. E con l’avvento del boom economico è arrivato il crepuscolo della
civiltà contadina. Era allora, ai tempi della ricostruzione, che bisognava
comprendere di non disperdere completamente il nostro patrimonio storico,
identificativo dello stile tradizionale delle nostre valli. Gli stenti patiti
ebbero la meglio, e così gli scempi urbanistici iniziarono a diffondersi anche
per la mancanza di oggettivi riferimenti culturali. Poi ci attraversò
l’autostrada del sole, e pure la mitica statale della Futa iniziò il suo
declino.
La vistosa migrazione in cerca di opportunità, non solo verso
la vicina pianura, fu inevitabile e lacerante. Larga parte dei nostri borghi
caratteristici, esempi di architettura spontanea montana che si era sviluppata
“a corallo” per soddisfare di volta in volta le esigenze di allargamento della
vecchia famiglia patriarcale, è fatiscente o addirittura ridotta in taluni casi
a cumuli di macerie. Al primo acquazzone significativo, essendo ormai rara la
presenza di contadini, il nostro territorio inizia a franare ovunque
testimoniando il fallimento degli Enti preposti alla sua salvaguardia. Solo da
alcuni anni, dopo aver perduto l’antica bellezza saggiamente tramandataci, è
maturata in molti di noi la consapevolezza del recupero, della sensibilità
estetica.
Tuttavia ancora oggi, anche se con enorme ritardo, il rilancio
della nostra degradata montagna sarebbe possibile. Basterebbe che la Cultura
con la C maiuscola, quella cioè dotata di una concreta visione strategica
d’insieme in grado di guardare oltre la siepe di leopardiana memoria, entrasse
davvero nelle istituzioni. Perché sono sempre le persone che fanno la
differenza, e non le cariche che esse sono chiamate a ricoprire. Poche e
semplici sarebbero le cose da fare, fondate sostanzialmente sullo sviluppo di
due concetti cardine di pianificazione territoriale. Potenziare la viabilità
verso la città per favorire sia il decentramento dei servizi che un sostenibile
ripopolamento e, contestualmente, agevolare l’oggettività della bellezza
ambientale per promuovere quell’industria del turismo la cui conseguente
ricaduta economica consentirebbe, ad esempio, di aprire nuove strutture
alberghiere anziché trasformare in case di riposo quelle ancora esistenti.
Con l’indispensabile avallo scientifico dell’università
bisognerebbe innanzitutto predisporre i piani regolatori generali, e i
conseguenti regolamenti edilizi, affinché fossero rispettosi del recupero della
dignità urbanistica e non invece delle clientele, conciliando le esigenze del
progresso con progetti integrati di riqualificazione architettonica dei
Capoluoghi e dei borghi ad essi collegati. Le istituzioni superiori dovrebbero
poi fortemente incentivare l’adozione dei PRG associati tra Comuni aventi una
medesima identità territoriale e socio-economica, favorendone anche l’unione di
servizi ai Cittadini per ottenere maggiore economicità ed efficienza,
valorizzando le singole specificità, e senza intaccare minimamente il
patrimonio di memorie e sentimenti che alberga profondamente radicato sotto i
rispettivi campanili.
Solo dopo aver fatto questo si potrebbe mettere in atto una
concertata promozione turistica del territorio, altrimenti destinata a crollare
in quanto priva delle fondamenta culturali che ne consentano uno sviluppo
corretto.
Nel dettaglio, è possibile in molti casi far riemergere nei
centri storici i tratti estetici salienti del passato, elaborando per i copiosi
borghi repertori tipologici che ne definiscano il recupero ove possibile, ma
anche l’inserimento filologico di nuova edificabilità. In quest’ottica si
potrebbe comprendere sia la conversione degli antichi mulini ad acqua in
moderni agriturismi, che l’allestimento di musei della civiltà contadina per
tramandarne la memoria alle future generazioni. Uno studio a parte, che
predisponesse un congruo abaco composito, meriterebbe poi l’arredo urbano:
illuminazione, toponomastica, insegne, pilastrini, fontane, panchine, fioriere,
cestini, bacheche, croci. Per fare tutto questo l’Ente locale dovrebbe, da un
lato, agire in proprio dando per primo il buon esempio e, dall’altro, stipulare
convenzioni con i privati elargendo incentivi economici e predisponendo sgravi
fiscali. Così verrebbe recuperata parte di quell’atmosfera a misura d’uomo che
caratterizzava il nostro fulgido trascorso storico, valorizzandone nuovamente
quell’identità senza la quale qualsiasi altro progetto di sviluppo risulterebbe
anonimo, e dunque di portata fatalmente limitata, in quanto avulso da uno stile
riconoscibile.
Mi rendo conto che, stante la miopia che
ci circonda, ciò che ho descritto sembra essere un miraggio. Eppure a
Monghidoro, il paese in cui sono nato e cresciuto, e dove ancora vivo, dal 1997
al 2000, tutto questo si è compiuto rappresentando purtroppo un’isolata
eccezione. Ma se si è coscienti che la Cultura non è un’opinione, e che la
bellezza salverà il mondo, il rilancio della nostra montagna non è una chimera.
Occorre però che la Cultura entri davvero nelle istituzioni, e che tutti
assieme, ognuno per la propria parte, si continui, anche attraverso la
divulgazione di questa meritoria rivista, a combattere contro la forza
dirompente che possiede la presunzione dell’ignoranza. Altrimenti non ci
resterà che seguitare a pubblicare solo immagini in bianco e nero, nostalgici
del passato, in quanto privati di una reale prospettiva futura.
Monghidoro, 22 dicembre 2002
CARO MINISTRO URBANI
Per sei anni mi sono occupato a tempo pieno del recupero della
dignità urbanistica e della valorizzazione dell’identità storica del piccolo
Comune in cui sono nato e cresciuto. L’ho fatto con l’unico approccio culturale
possibile, ossia quello privo di presunzione e di opinioni personali, in quanto
fondato sull’oggettività della bellezza quale valore assoluto di civiltà.
Ritengo che questa impostazione politico-amministrativa sia facilmente
trasferibile a qualsiasi livello istituzionale con evidenti benefici
collettivi, soprattutto se fosse concretamente applicata dal titolare
governativo del dicastero dei beni e delle attività culturali.
Gli Italiani, si sa, soffrono di esterofilia e spesso possiedono
una scarsa consapevolezza del grande patrimonio artistico universalmente
conosciuto che identifica la loro storia di popolo, e quella del loro
territorio. L’orgoglio di appartenere a una civiltà che ha saputo esprimere così
tanta bellezza dovrebbe a mio avviso essere un obiettivo primario della
formazione scolastica obbligatoria, divenendo così centrale nella coscienza
delle future generazioni. Eppure Lei caro ministro Urbani, come del resto il
suo predecessore Melandri, sembra occuparsi solo di questioni marginali. Ha
davvero mai pensato a ciò che si potrebbe fare per valorizzare l’immenso
patrimonio ambientale e culturale italiano, trasformandolo tra l’altro in uno
straordinario volano occupazionale di sviluppo economico stante la naturale
vocazione turistica della nostra penisola?
Basterebbe elaborare due paralleli e concertati provvedimenti legislativi in ordine appunto
al recupero della dignità urbanistica e alla valorizzazione dell’identità
storica, per vederne moltiplicare nel tempo gli effetti benefici. Coinvolgendo
le regioni attraverso finanziamenti mirati, bisognerebbe favorire in modo
capillare l’adozione scientifica dei piani regolatori generali associati tra
Comuni aventi una medesima identità territoriale e socio-economica. Spetterebbe
pertanto ai competenti dipartimenti universitari elaborare una pianificazione
territoriale in grado di conciliare storia e progresso di ogni diverso lembo di
territorio italiano, garantendo con i conseguenti regolamenti edilizi di
attuazione che si recuperi il bello anziché seguitare ostinatamente a
moltiplicare il brutto attraverso scempi urbanistici, architettonici e di
arredo urbano. Contestualmente occorrerebbe avviare un conveniente meccanismo
di incentivazione economica (sgravi fiscali), affinché potesse realizzarsi una
proficua collaborazione tra pubblico e privato (Stato, attività produttive e
cittadini), per il recupero e la tutela dei beni culturali e ambientali. Dalle
grandi città d’arte sino ai più piccoli Comuni, dovrebbe cioè interagire un
sodalizio misto che si facesse carico del nostro patrimonio monumentale,
espositivo e paesaggistico, salvandolo dal degrado progressivo che lo minaccia
e completandone il censimento anche nelle sue espressioni minori. Una specifica
e diversificata diffusione mediatica dovrebbe poi far conoscere questo nuovo
sistema culturale e ambientale nazionale, promuovendone globalmente le
conseguenti opportunità.
In aggiunta a questo impianto fondamentale, sempre con il
medesimo approccio di collaborazione sussidiaria tra pubblico e privato,
andrebbero definiti alcuni interventi integrati per il rilancio del cinema e
del teatro, per l’ottimizzazione del circuito museale, bibliografico,
documentale ed espositivo, per la promozione della letteratura e della poesia,
dei dialetti locali anche in funzione della comprensione della toponomastica
tradizionale (origine dei nomi dei luoghi). Un discorso a parte meriterebbe
invece la musica per la funzione terapeutica che potrebbe svolgere. Obbligatorio
il suo insegnamento sin dalla scuola elementare; potenziamento delle orchestre
liriche e sinfoniche, dei conservatori, degli istituti musicali e di danza; da
utilizzare nei reparti ospedalieri specializzati per agevolare il risveglio dal
coma, nelle carceri, nei centri di igiene mentale, nelle strutture per
disabili, nelle comunità di recupero per
tossicodipendenti, nelle chiese per la sua funzione liturgica.
Ecco, caro ministro Urbani, questo si potrebbe fare per rendere
pienamente consapevole ogni cittadino italiano del patrimonio di bellezza di
cui è depositario, coinvolgendo in questo progetto ogni forza politica
parlamentare perché la civiltà storica di un popolo, di una nazione, è un
valore assoluto che appartiene a ciascuno di noi. Se io fossi al suo posto non
mi lascerei certo sfuggire questa straordinaria occasione. Buon lavoro...
Beppe Lucchi
Monghidoro, 30 gennaio 2003
“ Comunità Montana: costi e benefici. ”
Con
la pubblicazione del proprio notiziario 3/2002 spedito alle famiglie, la
comunità montana 5 valli bolognesi ha finalmente pubblicato i costi della
giunta relativi ai primi 10 mesi dello scorso anno, integrati dalle normative
vigenti che li giustificano. Era infatti da tempo che molti cittadini premevano
affinché tali consistenti cifre fossero divulgate con trasparenza, per
valutarne il rapporto con i benefici che ricadono sul territorio. A tal
proposito, alcune singolari considerazioni sia economiche che politiche
s’impongono.
In
primo luogo occorre precisare che il presidente costa alla collettività anche
il compenso a carico del Comune di Monterenzio di cui è sindaco, essendo esso
cumulabile. I colleghi sindaci di Monzuno, Loiano, San Benedetto Val di Sambro
e Sasso Marconi, a mio avviso correttamente, svolgono anche l’incarico di
assessore della comunità montana percependo però il solo è più conveniente
compenso di sindaco dal loro Comune in quanto esso non è invece cumulabile. Mi
chiedo pertanto come mai non abbiano fatto altrettanto i Comuni di Pianoro,
Monghidoro e Castiglione dei Pepoli, i quali, anziché nominare assessore il
proprio sindaco all’interno della giunta della comunità montana, hanno invece
designato altri esponenti dell’amministrazione comunale contribuendo così non
poco alla lievitazione di tali costi a carico dei cittadini.
Vengo poi alle osservazioni squisitamente politiche. Il servizio
associato di gestione del personale, nel breve periodo, sta costando
esattamente il doppio al mio Comune peraltro con un riscontro di efficienza
anch’esso decisamente peggiorativo. Probabilmente un solo esempio non sarà di
per sé al momento esaustivo, ma lo scopo amministrativo primario dei servizi
associati deve essere quello di perseguire una maggiore economicità ed una
migliore efficienza a beneficio della collettività, e non invece quello di
ottenere un ulteriore spreco di risorse economiche. Che dire poi della sterile
demagogia con cui si sono affrontati temi quali l’anno internazionale delle montagne
o la Futa e dintorni, cioè senza la benché minima cognizione oggettiva in
ordine alla cultura urbanistica, ambientale ed architettonica, tant’è vero che,
in ogni Comune, il brutto si sta moltiplicando martoriando sempre più la
naturale vocazione turistica delle nostre valli.
Ma
il paradosso lo si raggiunge leggendo, sempre nel già citato notiziario della
comunità montana, che la difesa del territorio deve essere una priorità. La
legge 3 dicembre 1971 numero 1102 che istituì le comunità montane, si prefiggeva
che avessero la funzione di promuovere, coordinare e orientare le diverse
iniziative di sviluppo economico ed economico-sociale del territorio nel
rispetto e nella tutela attiva dell’equilibrio ambientale del territorio stesso.
Dopo oltre trent’anni, ci si accorge cioè di quello che è da sempre un compito
primario. In realtà, con l’avvento del crepuscolo della civiltà contadina,
piove tre giorni consecutivi e la nostra montagna frana ovunque testimoniando
proprio che non esiste nessuna politica incisiva di difesa del territorio dal
dissesto idrogeologico. La recente frana alle gole di Scascoli, lungo la strada
di fondovalle Savena, ne rappresenta solo l’ultimo e più clamoroso esempio.
Se questi sono i rapporti tra costi e benefici, mi pare proprio che nella discussione nazionale in atto, tesa al riordino delle competenze territoriali per eliminare gli Enti statali improduttivi, le comunità montane possano rientrarvi a pieno titolo con evidenti vantaggi per i cittadini in termini di minore burocrazia, di razionalizzazione delle risorse umane e, soprattutto, di risparmio di ingenti disponibilità finanziarie.
Beppe Lucchi
A uno sguardo distratto il
nostro comprensorio montano appare isolato solo a causa dei problemi legati
alla viabilità, interrotta sia lungo la strada di fondovalle Savena che sulla
Futa. In realtà, siamo anche completamente tagliati fuori dai progetti di
ampliamento e sviluppo delle grandi aziende nazionali per le telecomunicazioni.
Ci risulta infatti che nessuna politica
incisiva di potenziamento sia in atto da parte degli Enti locali (Comuni,
Comunità Montana, Provincia e Regione), tesa a favorire il decentramento di un
servizio contemporaneo così importante che certamente rappresenta uno dei tanti
pregi della globalizzazione. Per esempio non è al momento possibile disporre di
linee veloci di connessione a Internet, peraltro recentemente agevolate dagli
incentivi economici statali, che favorirebbero il telelavoro, l’attività
didattica scolastica e culturale, e anche l’opportunità di sviluppo economico
per piccole e grandi aziende con conseguente ricaduta occupazionale.
Pure sul versante dei telefoni cellulari le
carenze sono ancora vistosamente tangibili, stante la vastità di zone in cui la
ricezione non è attiva, le quali interessano per esempio lunghi tratti delle
fondovalli Idice e Savena, Quinzano e
Castel dell’Alpi. E anche sul versante del segnale televisivo il panorama non è
affatto del tutto omogeneo e soddisfacente. A Monghidoro, non è possibile
vedere RAI 3 Emilia-Romagna. Prima si ricevevano le notizie regionali dal
Veneto e, più di recente, talvolta addirittura dal Lazio.
Ci pare che l’espansione di questo settore
strategico meriti un impegno concreto da parte delle Pubbliche Amministrazioni,
sovente incapaci di risolvere anche i problemi ordinari connessi alla
viabilità, se non si vuole che la nostra montagna somigli sempre più ad un vera
e propria “riserva indiana” con tutti i danni che ne derivano. Sarebbe davvero
un grave errore di miopia politica, specie se già si considera la negativa
inversione di tendenza rispetto all’andamento nazionale. Stiamo infatti subendo
a livello locale l’aumento della pressione fiscale, la diminuzione della sicurezza
e dell’occupazione, nonché la moltiplicazione del brutto che penalizza
gravemente la naturale vocazione turistica delle nostre valli.
Beppe Lucchi
Alessandro Ferretti
FANO CONCERT
Sabato 3 maggio Beppe Lucchi sarà a Fano per un
concerto insieme a Marco Morandi nell’ambito della due giorni di musica, sport
e solidarietà. Il musicista monghidorese, accompagnato dai suoi amici Stefano
Lorenzi dell’ufficio turistico e Alessandro Ferretti dell’agenzia di eventi e
comunicazione RDF, prenderà parte alla conferenza stampa che si terrà alle ore
11 nella sede municipale della cittadina marchigiana. In attesa dell’esibizione
artistica serale che si terrà all’anfiteatro Rastad sul lungomare, Lucchi
tratterà della musicoterapia e di altri temi socio-culturali per celebrare
l’anno europeo delle persone disabili. Al concerto suonerà, con la sua
inseparabile chitarra classica Ramirez C664, un Preludio Spagnolo di sua
composizione, e Samba di una Nota del grande compositore brasiliano
Jobim. Poi Marco Morandi presenterà, accompagnato dalla sua band, brani tratti
dal cd di prossima pubblicazione Io nuoto a farfalla che prende il
titolo da un brano inedito di Rino Gaetano. Infine Marco e Beppe eseguiranno
assieme Yesterday dei Beatles, e Ogni Volta di Vasco Rossi. La
kermesse è stata organizzata da Fausto Cuoghi del Celeste Group, che prenderà
parte alla maratona che si correrà il giorno dopo. Presenterà Fanny Cadeo.
Info: www.beppelucchi.com www.marcomorandi.com www.collemar-athon.com
28 aprile 2003
Monghidoro, 30 luglio 2003
Divergenze sull’uso della marijuana tra Vasco Rossi e Don
Gelmini,
pubblicate oggi dalle testate appartenenti al Quotidiano
Nazionale.
Sono
un musicista, di quelli colti che hanno studiato, e lo sono diventato a seguito
di un incidente stradale che a 19 anni mi ha reso paraplegico. Dunque conosco
anch’io il cosiddetto “tunnel” dell’emarginazione. Apprezzo molte delle canzoni
di Vasco. Ma so anche che spesso non vi è corrispondenza tra il talento
artistico che si esprime su un palcoscenico davanti a migliaia di giovani, e lo
spessore etico e culturale dell’artista nella realtà quotidiana. Charlie
Parker, il più grande genio della musica moderna, a causa della sua dissoluta
condotta di vita morì a soli 35 anni, e il medico che ne certificò il decesso
credeva ne avesse il doppio. I ragazzi che vanno ai concerti questo non lo
sanno, e quei pochi che lo scoprono vivono una profonda delusione che infrange
il loro mito. Il vuoto esistenziale è purtroppo la peggior malattia che
affligge il nostro tempo: un’epoca di troppi oggetti e pochi pensieri.
Non
conosco personalmente Vasco Rossi. Conosco invece Don Gelmini dal 1997. Due
anni dopo infatti, quando ero assessore alla cultura del mio paese, aprimmo un
centro di recupero della Comunità Incontro ubicato nel verde delle montagne tra
Bologna e Firenze. Ho pertanto visto recuperarsi molti ragazzi ad una speranza
di vita libera e dignitosa. L’attuale responsabile del centro è un ragazzo
sloveno di 23 anni, dal fisico possente. Abbiamo però notato in lui un processo
di recupero decisamente più lento rispetto agli altri. E’ distratto, svogliato,
spesso dimentica le cose anche a distanza di poche ore. Di recente ci ha
spontaneamente confidato di aver abusato della marijuana in passato: una parte
del suo cervello non gli risponde più.
La
musica è terapia vitale, lo so bene. Scegliere la vita anche quando non si è
sul palco mi pare senza dubbio il messaggio più efficace che Vasco possa
trasmettere ai suoi numerosi fans. Mi permetto infine suggerirgli di non
fidarsi dei trattati sulle tossicodipendenze, anche se pubblicati da editori collegati
alla scienza universitaria. Creda invece a Don Gelmini, accettandone l’invito a
recarsi nella sua Comunità, il quale
vive il problema in prima persona, direttamente “on the road” da quarant’anni.
Monghidoro, 29 agosto 2003
Elena Romano
corrispondente RdC
Nuovo impegno artistico per Beppe Lucchi
sempre nel segno della collaudata formula musica, sport e solidarietà. Questa
volta il musicista monghidorese sarà impegnato a Grottazzolina, in provincia di
Ascoli Piceno, il 13 settembre prossimo in concerto con Marco Morandi per
sostenere la ricerca scientifica del morbo di Alzahimer, anticipando la
maratona che si svolgerà il giorno seguente. Con la sua inseparabile chitarra
Ramirez C664, Lucchi eseguirà un preludio spagnolo di sua composizione e “Samba
di una nota” che è una celebre bossa nova scritta dal compositore brasiliano
Jobim. Poi il duetto col giovane Morandi prevede “Yesterday” dei Beatles e
“Ogni volta” di Vasco Rossi. Mi piacerebbe, ci ha detto il chitarrista
paraplegico, promuovere prossimamente a Monghidoro un’occasione di respiro
nazionale per lasciare un segno concreto in quest’anno europeo dedicato ai
disabili. Chi lo conosce sa che Beppe mantiene sempre gli impegni. Staremo
a vedere...
Don Pierino
Gelmini
Ho seguito con attenzione la trasmissione
televisiva del 30 settembre scorso denominata l’Italia sul 2, in onda a
partire dalle ore 15.30 sull’omonima rete nazionale RAI, la quale discuteva del
Disegno di Legge del Governo sulla droga. Pur essendo letteralmente sfuggita di
mano ai conduttori Monica Leofreddi e Milo Infante, le domande fondamentali che
emergevano sono risultate chiare: distinzione tra droghe leggere e droghe
pesanti, e se adottare tolleranza o repressione. Impossibile non schierarsi con
una delle due tesi contrapposte e, per me che sono da sempre un cattolico
liberale, impossibile non stare dalla parte di Don Gelmini e non certo da
quella di Don Gallo.
I preti comunisti sono la più grande
contraddizione che abbiamo ereditato dalla caduta del muro di Berlino, avvenuta
curiosamente grazie anche al contributo del Papa. Non si possono infatti
sposare in terra le posizioni riguardanti la persona sostenute dagli atei,
perché significa tradire lo spirito stesso del Vangelo. Ma al di là di questa
considerazione, Don Pierino è stato come al solito lucido e sicuro: la droga
fa male tutta, ha affermato con passione. E siccome il permissivo Don Gallo
si professava discepolo di quel grande educatore di giovani che è stato Don
Bosco, Don Pierino gli ha giustamente ricordato il passo scritto dallo stesso
Don Bosco relativo al valore pedagogico del ceffone dato al momento giusto.
A me bastava guardare lo sguardo di mio padre
per capire cos’era bene e cos’era male. Il ceffone lo prevenivo, e l’unica
volta che l’ho preso meritatamente la ricordo benissimo per la saggia lezione
di vita che mi ha impartito. Eppure il cantante dei Timoria, che era presente
nello studio televisivo, ha giudicato per questo Don Pierino un prete
sciagurato. Si vergogni, non tanto per la pochezza artistica che rappresentava,
ma per aver così giudicato un sacerdote a servizio degli ultimi da quarant’anni
che ha letteralmente salvato da morte sicura migliaia di vite in tutto il
mondo. E i numeri statistici della Comunità Incontro sono inconfutabili. Essere
liberali non significa infatti andare a 300 chilometri all’ora in autostrada,
rubare o pugnalare il vicino di casa, cioè non rispettare regole sacrosante a
tutela della salute della persona invadendo la libertà altrui.
Ma il dato più significativo dell’intera trasmissione io l’ho colto altrove, negli sguardi delle facce dei ragazzi presenti nelle comunità. Quelli di Don Gallo spenti, assopiti, sofferenti; quelli di Don Pierino vispi, presenti, in buona salute. E se è vero com’è vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima, io credo che la netta differenza tra il metadone e una proposta di vita sia emersa luminosa ad indicarci la giusta via da seguire. Grazie Don Pierino, che Dio ti benedica per tanto tempo ancora.
S.LEONARDO A MONGHIDORO
19 marzo 2003
Monghidoro, 2 febbraio 2004
Gentile Ministro MARONI,
seppure con un certo imbarazzo, Le scrivo
questa breve storia che forse potrebbe essere utile ai circa tre milioni di
disabili italiani, in quest’anno europeo a noi dedicato che sta per giungere a
termine. 26 anni fa ne avevo 19, e stavo per partire militare con un diploma di
ragioniere in tasca. Un amico affronta troppo forte una curva verso Bologna, e
mi ritrovo all’ultimo respiro come in un film di Godard. La buona sanità
bolognese, e soprattutto l’amore di una Madre che è la più straordinaria delle
medicine, mi strappano alla morte. Resta però una sedia a rotelle per la vita.
Ma tre anni dopo, nel 1981, incontro un grande artista napoletano che mi
racconta di essersi salvato grazie alla musica, spronandomi a fare altrettanto.
Acquisto subito la chitarra elettrica che gli vidi suonare, una meravigliosa
Gibson Les Paul custom nera, e comincio a studiare musica moderna. Scrivo,
compongo, entro alla SIAE nel 1993, e due anni dopo mi diplomo in chitarra
classica al conservatorio. Grazie alla musicoterapia che ho applicato alla mia
esistenza terrena, non mi sono più sentito piccolo e a disagio davanti al mare,
ma parte integrante di tanta grandezza.
Sino al 2001, come cattolico liberale iscritto
a Forza Italia, ho fatto per sei anni l’Assessore del piccolo Comune in cui
sono nato e cresciuto, occupandomi delle deleghe alla cultura, pubblica
istruzione, beni culturali, estetica e informazione. La mia felicità di oggi è
frutto di un compito ben costruito, come direbbero alcuni sociologi, in quanto
non si nasce felici o infelici: lo si diventa. In estrema sintesi posso
affermare che la consapevolezza della bellezza ha accresciuto in misura determinante
l’intensità del mio vivere. Un vivere intenso, non frenetico. Ma sensibile e
poetico, conscio che la normalità non esista, altrimenti che noia sarebbe la
vita!
Fin qui, una storia come tante... Credo però
che il Governo stia predisponendo una sorta di “libro bianco” sul mondo
dell’handicap, da tramutare probabilmente in Legge dello Stato così com’è
avvenuto per il mondo del lavoro grazie al contributo di Marco Biagi. In virtù
dell’esperienza personale e istituzionale che ho vissuto, mi piacerebbe farLe
conoscere le proposte che seguono per migliorare la qualità della vita di tante
persone:
Certo della Sua attenzione e della
Sua sensibilità di musicista, La saluto con stima confidando nella Sua
concretezza recentemente insignita del prestigioso riconoscimento intitolato
alla memoria del Presidente statunitense Roosevelt.
Beppe Lucchi