News

 

 

 

 

 

 

Ciao Claudio...          Grazie per le tante risate che abbiamo fatto.

L’ultima proprio poco prima che tu partissi per le praterie celesti.

 

Buon viaggio, amico mio...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Monghidoro perseguitata

dalla cultura della demolizione

 

                                                                                                           di Beppe Lucchi

 

Da Napoleone alle guerre mondiali,  dalla CEM al Faro, una  nemesi  storica  che  ha cancellato memoria...

 

Se è vero che la civiltà di un popolo si misura dalla capacità di conservare la memoria del territorio che ha vissuto, per il mio paese si apre nuovamente lo spettro storico della cultura della demolizione. Purtroppo è una singolare sindrome che ha radici secolari, provocata dalla mancanza di conoscenza, che tende sistematicamente a demolire i segni della memoria di una comunità, lasciando alle future generazioni un luogo senza un’identità storica ben definita, senza più uno stile riconoscibile.

Il Greco antico può spiegarci l’etimo più profondo di parole apparentemente vuote o superflue come poesia o estetica. Eppure significano creare e sensibilità. A Monghidoro si sono infatti mosse due forze contrapposte: l’una ha creato con sensibilità, l’altra ha distrutto con arroganza. Indirettamente fu Napoleone ad aprire le ostilità con le soppressioni del 1797. Il monastero di S.Michele ad Alpes, nostro autentico gioiello architettonico cinquecentesco, venne chiuso e gli operosi monaci Olivetani mandati via. Con l’avvento dell’unità d’Italia ci si accorse che la torre campanaria, abbandonata senza più manutenzione, era divenuta pericolante. Così il campanile del Brighenti svettò solenne in piazza Ramazzotti intorno al 1870. E siccome il virus della demolizione aveva ormai fatto presa, si pensò, per allargare la carreggiata stradale di circa 45 centimetri, di demolire anche la facciata della chiesa del monastero disperdendone pure le pregevoli sculture posate sotto il loggiato d’ingresso.

Nel 1926 il sindaco chiese ad un maestro muratore la perizia per il ripristino della fontana collocata al centro della piazza. Con dovizia di particolari tecnici, le risultanze ammontarono a 10.282,80 Lire perché si trovava in pessime condizioni e bisognava pertanto ricostruirla di sana pianta. Ma non fu così. Anche se la grande guerra era terminata da quasi un decennio, e i nostri valorosi combattenti non erano stati ufficialmente commemorati altrove, la fontana fu demolita per far posto al monumento con le formelle in bronzo del Fioroni, e le tavole marmoree con in calce la dicitura firmato Diaz. Arrivarono i bombardamenti alleati del settembre 1944. Campanile e chiesa di S.Maria furono danneggiati in misura non certo irrimediabile. Passò il Fronte, e nel ’48 fu costituita la CEM (Cooperativa Edile Monghidoro) che sicuramente garantì un futuro dignitoso a tante famiglie monghidoresi. Il paese era pieno di fame, fango e macerie. Bisognava creare lavoro e, in quelle condizioni di particolare emergenza, nessuno pensò ad altro. Io sono nato fortunatamente col boom economico, ma ho sentito raccontare da molti compaesani che la CEM non fu certo estranea al coinvolgimento che demolì il vecchio complesso ecclesiastico. Taluni dissentono, tuttavia, alcuni documenti dell’epoca riguardanti il piano regolatore di ampliamento del Capoluogo, evidenziano questi collegamenti. Anche la Curia e altri Enti ne furono complici. La chiesa era divenuta piccola, i danni di guerra del piano Marshall per costruirne una più grande erano stati assicurati. Si edificò così un orribile palazzo con tanto di tapparelle cittadine e, per garantirne l’accesso, si creò l’imponente arco cementizio che di fatto ha spezzato la tipica atmosfera chiusa e raccolta del chiostro de La Cisterna.

Nell’albo della CEM, tra le tante azioni benemerite, va ricordato il soccorso portato agli alluvionati di Firenze nel 1966, e ai terremotati del Friuli nel 1976. Ma, per onestà intellettuale, bisogna anche saper vedere lo scempio urbanistico che tuttora domina La Crocetta, all’ingresso sud del paese. Questo infatti è sempre stato il tallone d’Achille delle pubbliche amministrazioni monghidoresi: il non essere in grado di coniugare lo sviluppo economico con il rispetto della storia e della cultura. Dal 1995, per un lustro, il sindaco Salomoni ed io abbiamo invertito questa tendenza negativa occupandoci oggettivamente di valorizzazione dell’identità storica, e di recupero della dignità urbanistica. Anche se si è fatto molto, siamo purtroppo arrivati troppo tardi senza mancare però di trasmettere alle numerose scolaresche incontrate la valenza scientifica del metodo storico-culturale adottato. Nei fatti si è dovuto costatare che le eccezioni passano, ma la cultura della demolizione che cancella i segni della memoria è dura a morire. Oggi sembra prendere di mira il Faro, la tradizionale discoteca del paese. L’allora capannone che doveva ricoverare il bestiame durante le fiere, fu edificato dal genio civile di Bologna sul finire degli anni ‘50 grazie ai finanziamenti elargiti per i danni di guerra. Nel 1969 quel bene pubblico fu poi trasformato prima nel dancing Club 69 poi nella discoteca Casa del Turista al Faro, e affidato in gestione alla Pro-Loco dall’amministrazione comunale. Successivamente, dopo diverse vicissitudini, nel 1996 fu indicato per promuovere nuovamente lo sviluppo turistico del paese. Io condivisi quella scelta strategica, votandola in consiglio comunale. L’attuale prospettiva di spostare un supermercato al posto del Faro, se attuata, manifesterà a mio avviso tutta la sua debolezza. La collocazione urbanistica della struttura, assai limitata sia a monte che a valle e dunque senza il fondamentale respiro, mi pare infatti poco idonea a soddisfare le esigenze di espansione di una distribuzione commerciale. Inoltre, l’arteria stradale di circonvallazione che attraversa l’area, si è vistosamente congestionata con l’entrata in vigore del senso unico di percorrenza che interessa due delle tre vie principali del paese. La singolare storia pubblica del Faro ha spesso assolto egregiamente alla funzione sociale, culturale e turistica per cui era nato. Pochi lo sanno. Ma da Monghidoro è transitata una parte significativa della storia della musica popolare italiana del dopoguerra. Quattro nomi su tutti: Lucio Dalla, Vasco Rossi, gli Area e il Banco. Hanno suonato al Faro, che anche per questo rappresenta un bene prezioso nei sentimenti dei monghidoresi e non solo. Sarebbe davvero un’autentica aberrazione culturale cancellarne la memoria per far posto a salumi e latticini che, a pochi metri da lì, in uno spazio aperto a due passi dal centro, troverebbero invece la loro collocazione urbanistica ottimale. Perché allora, in attesa che le discoteche tornino ad essere un vantaggio economico anche in montagna, non allestire un moderno museo musicale, con Internet e filodiffusione, che comprenda la storia del locale e anche quella di Gianni Morandi anziché agevolare l’interesse privato?

Indubbiamente vi sono differenze storico-architettoniche tra i diversi episodi citati. Ma ciò che conta è che purtroppo non è cambiato il metodo: ovvero cancellare memoria in nome della convenienza economica. Mi chiedo infine che senso abbia continuare a proporci come paese turistico senza avere superato la cultura della demolizione, quando non si riesce neanche a rendere pedonale piazza Ramazzotti nei mesi estivi obbligando lo scarso senso civico di alcuni miei concittadini all’utilizzo dei parcheggi decentrati? Il passaggio del testimone alle future generazioni ci dirà se qualcosa d’indispensabile è stato seminato: un cambio di mentalità frutto di sensibilità e conoscenza. E’ l’unica speranza rimasta al mio paese...

 

30 maggio 2006

 

 

DEMO LIVE IN FANO

 

   Sabato 22 aprile, Beppe Lucchi e Laura Bruno, interverranno alla presentazione della Maratona di Fano che si terrà il prossimo 7 maggio 2006. Il musicista monghidorese e la cantante anconetana, presenteranno un breve estratto del loro programma musicale che verrà eseguito la sera del 6 maggio nel centro storico della città adriatica, prima dell’esibizione di Riccardo Fogli. Quattro le canzoni di cui Lucchi stesso ne è l’autore: “ Nel cuore della gente – Anima – Questo sentimento – Amami ancora “. E poi una breve elaborazione per chitarra sola della nota ballad “ But not for me “ di Gershwin, e “ Io che amo solo te “ quale tributo a Sergio Endrigo, recentemente scomparso. Si ringraziano Annibale Montanari e Fausto Cuoghi per l’organizzazione.

Info:

www.collemar-athon.com

 

 

UNIVERSITA’  DEGLI  STUDI  DI  BOLOGNA,  4 LUGLIO 2005

VERONICA LUCCHI  PROCLAMATA DOTTORESSA IN LINGUE

 

 

Original Message

 

From: Beppe Lucchi    To: Giorgio Guazzaloca

 

Sent: Tuesday, June 15, 2004 2:07 PM

 

Subject: lettera breve

 

Caro Giorgio,

ti esterno con profonda sincerità i miei personali complimenti per lo stile e l'autorevolezza con cui, assieme a Dozza, sei stato con onestà intellettuale il Sindaco di tutti i bolognesi: dai partigiani alla Madonna di S.Luca. Da ex Assessore di successo a Monghidoro, so già che ti rimarrà, fulgido e indelebile, il superamento del più difficile degli esami: quello della tua coscienza. I fatti dimostrano le tue indiscutibili capacità di amministratore pubblico, compresi gli sforzi cui hai dovuto sottoporre la tua salute per non venire mai meno ai doveri istituzionali. De Gasperi per primo parlò infatti della moralità e del disinteresse personale in politica, quali valori indispensabili per la pacificazione delle coscienze. Io ho sempre ritenuto che sono le persone a dare lustro alla cariche pubbliche, e non viceversa. Ed è proprio in virtù di questo concetto che le persone capaci rimangono tali, sempre. Il tempo è galantuomo: e pertanto anche altri dovranno riconoscere come giuste le soluzioni da te avviate per mitigare il traffico cittadino. Sorrido pensando poi a chi ha fatto chiacchiere per decenni, dicendo sistematicamente no alle proposte altrui, e che adesso dovrà invece dare risposte concrete ai Cittadini. E provo un'infinita tenerezza per i cattolici che lo hanno sostenuto, dimenticando proprio la grande lezione di De Gasperi. Infine mi rattristo per una città che, anche se frequento poco, pensavo avesse definitavamente superato con maturità tutte le sterili ideologie del passato (da piazza Medaglie d'Oro a via Valdonica), e che invece si ritrova in una sola notte ad arretrare di trent'anni, scegliendo una coalizione di partiti politici anziché la persona giusta al posto giusto.

Un abbraccio infinito,  Beppe Lucchi.

 

Bologna, febbraio 2005

Caro Lucchi, come avevi previsto il messaggio di giugno non mi era mai arrivato. Ho visto quello di oggi e ti ringrazio per le belle parole dense di affetto che hai voluto inviarmi. Vediamoli all’opera questi professionisti delle parole retoriche e demagogiche. Noi continuiamo per la nostra strada con la certezza che il tempo sarà dalla nostra parte. Un abbraccio affettuoso, Giorgio Guazzaloca.

 

 

 

 

MONGHIDORO

“ una canzone di Beppe Lucchi

vince il concorso nazionale disabili “

 

Con la canzone Anima, scritta nel 1994 e dedicata allo scomparso padre Corrado, il musicista paraplegico monghidorese Beppe Lucchi diplomato in chitarra al conservatorio ha vinto il concorso nazionale “disabilità ovvero diverse abilità” promosso dall’istituto di riabilitazione S.Stefano di Porto Potenza Picena (provincia di Macerata), in collaborazione con l’ambito territoriale XIV della regione Marche, per celebrare l’anno europeo dei disabili che si concluderà a fine mese. Oltre 500 le opere presentate da tutta Italia nelle diverse sezioni di musica, poesia, disegno e video, per un totale di otto vincitori tra adulti e ragazzi (due per ogni disciplina artistica). A loro è andato in premio un assegno, una pregevole scultura ispirata alla solidarietà, e l’attestato con i complimenti firmati da Gianni Morandi che è intervenuto alla cerimonia tenutasi domenica scorsa mediante un messaggio videoregistrato. Le composizioni vincenti verranno poi pubblicate da una casa editrice in un’unica opera corale a ricordo dell’evento. Davanti ad una platea di 600 persone che ha riempito il cinema-teatro della cittadina marchigiana, dopo aver eseguito la bellissima canzone magistralmente interpretata dalla giovane e promettente cantante Laura Bruno, Lucchi è stato premiato dal sindaco di Monghidoro Marino Lorenzini e dall’assessore regionale Silenzi, risultando il solo vincitore dell’Emilia-Romagna. Nella motivazione espressa dalla giuria sono stati sottolineati la prodiga fantasia melodica ed armonica, la profondità del testo e il buon gusto dell’arrangiamento.

 

Com’è nata l’idea di partecipare al concorso?

Dalla voglia, a 45 anni, di mettersi ancora in discussione perché la competizione con se stessi è fondamentale per cercare di migliorare sempre.

Si ritiene fortunato per questo prestigioso riconoscimento?

Certo. Il vero successo è riuscire in ciò che si vuole, e a me è sempre andata bene grazie anche agli esempi dei tre grandi maestri che ho avuto la fortuna d’incontrare. Mio padre innanzitutto: mi ha insegnato che le cose vanno fatte bene altrimenti è meglio lasciar perdere. Pino Daniele: nel 1981 mi disse che la musica può dare senso all’esistenza, e che avrei dovuto farne una ragione di vita. Don Gelmini: nel 1997 mi ha dimostrato che la bellezza del Vangelo sta nella sua applicazione concreta e quotidiana a servizio degli ultimi.

Il più bel complimento del pubblico alla sua canzone?

Molti erano visibilmente emozionati. Mi hanno detto che se fosse stata presentata a S.Remo avrebbe vinto. Ma la musica per me è soprattutto spiritualità.

Soddisfatto della meta raggiunta?

Assolutamente no. Per essere felici bisogna comprendere, tra le altre cose, che le mete raggiunte altro non sono che nuovi punti di partenza.

 

Il Ministro delle politiche sociali Roberto Maroni, cui Beppe Lucchi aveva inviato di recente alcune proposte di Legge per migliorare la qualità della vita dei circa tre milioni di disabili italiani, gli ha fatto pervenire il seguente telegramma. “ Caro Beppe, ho saputo della tua vittoria: oggi la sezione di musica del concorso nazionale disabili, ieri la vittoria sulla malattia. Che la tua esperienza sia di monito e di speranza per tutti. Chi come te crede nei valori, nell’impegno e ha una grande forza di volontà può essere di grande aiuto a tutti noi. Congratulazioni per il premio e buon lavoro. “

 

 

Ufficio Stampa

Dott. Fausto Cuoghi

1° marzo 2004

 

 

Bologna, 23 IV 2002

Caro Lucchi, ho avuto da Stefano Lorenzi (in occasione di un incontro recente) il tuo volumetto di racconti dal titolo “Sul monte dei Goti tira forte il vento” e vorrei esprimerti tutto il mio apprezzamento per la scrittura rapida ed efficace, e per le storie intense di vita vissuta. Tuo Macciantelli

 

Molino Silla di Amelia, 2 maggio 2002

Carissimo Beppe, ho ricevuto e ho letto molto volentieri, anche perché è scritto in maniera gustosissima, il tuo libretto “Sul monte dei Goti tira forte il Vento”. E’ davvero bello il modo con cui, tu con i tuoi problemi, riesci a trasmettere la gioia per la vita. Ti ringrazio per questo dono che hai fatto a tutti, ma particolarmente a me e alla Comunità Incontro, e voglio dirti che sono rimasto emozionato e commosso per l’amore che esprimi verso di noi. A dire il vero, sembri proprio uno di noi, anzi lo sei perché a chi ti legge fai proprio venire la voglia di vivere. Che il Signore ti benedica e continui in te quel prodigio d’amore, scanzonato e profondo, nostalgico e profetico, che dalla tua carrozzina trasmetti a quanti, pur camminando sulle proprie gambe, non sanno mai dove andare. E’ proprio vero quello che ti ha insegnato tuo padre: anche sulle strade della vita ci sono “sostanziali diversità tra un autista e un semplice conducente”. E per chi conoscere il “mestiere del vivere” queste sono chiare. Anzi chiarissime. Molti cari saluti ed auguri. Don Pierino Gelmini

 

Firenze, lì 28.05.2002

Caro Beppe, ti ringrazio di avermi compreso fra gli amici a cui hai fatto omaggio di “Sul monte dei Goti tira forte il Vento”. Sono raggi di luce nella vita di Monghidoro, un paese di cui mi sento figlio anche se sono vissuto altrove. Complimenti e… grazie! Cesare Caramalli

 

 

 

 “ FIRENZE BENE CULTURALE DEL MONDO “

 

Il grande patrimonio artistico italiano è universalmente conosciuto sostanzialmente grazie a tre stili espressivi ben definiti: il rinascimento pittorico e architettonico, il melodramma lirico, e la canzone classica napoletana. I primi due di questi tre canoni creativi vedono Firenze protagonista. La città è dunque un museo a cielo aperto il cui limitato respiro urbanistico, magistralmente tracciato da Arnolfo di Cambio a partire dal XIII secolo, è estremamente limitato causa la particolare collocazione ambientale compresa tra l’Arno e le colline dintorno. Un’antica atmosfera a misura d’uomo che la rende affascinante e fragile al contempo, che spazia dagli uffizi alla cupola del Brunelleschi, dal campanile di Giotto al palazzo della signoria,  dalla loggia dei Lanzi a S.Croce, da palazzo Pitti a ponte vecchio, trai i luoghi che nel tardo ‘500 videro la camerata fiorentina dare vita alle origini del melodramma. Credo sarebbe stato obiettivamente difficile trovare una città meno adatta di Firenze per ospitare il social forum europeo: eppure è successo. Dopo una preventiva disponibilità delle istituzioni locali, è toccato di recente al governo centrale acconsentire allo svolgimento della manifestazione scegliendo saggiamente il minore dei rischi possibili visto che ormai si era  giunti a un punto di non ritorno. Tale scelta sembra aver creato un unanime clima disteso, che è auspicabile produca gli effetti che lo hanno ispirato frutto di un condiviso senso di responsabilità. Dal 6 al 10 novembre, quindi, molti giovani europei discuteranno di globalizzazione, democrazia, cultura e civiltà. E sarebbe davvero paradossale che lo si facesse senza rispettare il centro storico di Firenze, ovvero un bene culturale che appartiene alla civiltà del mondo intero. Mi auguro comunque che in futuro, con maggiore attenzione, oculatezza e sensibilità, si eviti di esporre un simile patrimonio ad inutili rischi.

 

Monghidoro, 1°/9mbre/2002

 

APPENNINO

BOLOGNESE

 

L’anno internazionale delle montagne

 

Il 2002, anno internazionale delle montagne proclamato dall’ONU, sta finalmente giungendo a termine. Dico finalmente perché lo scenario istituzionale cui abbiamo assistito è stato davvero penoso. Le buone intenzioni si sono sprecate tra convegni, dibattiti e fiere espositive. Ma se è vero che la capacità di tradurre le parole in fatti concreti è ciò che distingue la nobiltà della politica dalla sterile demagogia, mi pare che il bilancio per il nostro territorio sia decisamente spietato. I Sindaci continuano ad essere moltiplicatori del brutto, forti della propria presunzione democraticamente legittimata, martoriando la bellezza ambientale e architettonica delle nostre valli, compromettendone sempre più la loro vocazione turistica. Piove tre giorni consecutivi e la montagna frana ovunque, evidenziando in modo clamoroso che non esiste nessuna politica incisiva di tutela del territorio dal dissesto idrogeologico. Con l’avvento del crepuscolo della civiltà contadina, appare infatti sempre più insignificante il ruolo delle Comunità Montane che vengono meno ad un compito primario. A oltre trent’anni dalla loro istituzione il risultato effettivo è sotto gli occhi di tutti: inutile burocrazia e costose poltrone da mantenere. E’ pertanto auspicabile che esse rientrino a tutti gli effetti nel riordino delle competenze territoriali di cui ha parlato di recente anche il Presidente del Consiglio, teso appunto ad eliminare gli Enti statali improduttivi. Le responsabilità della Provincia circa la viabilità sono poi davvero imbarazzanti. Non solo per il reiterato ritardo con conseguente spreco di denaro pubblico in ordine alla definitiva soluzione del nodo di Rastignano, ma in genere per la miope strategia complessiva della situazione viaria che si sta profilando a Sud di Bologna, la quale ci penalizza gravemente. Infine dal bilancio consuntivo 2001 della Regione, emerge il dato assai sconfortante di un’esigua percentuale di spesa per l’Appennino. E l’impianto di riforma della Legge Regionale 6/89, lasciando ampi margini di discrezionalità, non ha di fatto compreso il concetto fondamentale di delegare alla ricerca universitaria i cardini guida di una corretta pianificazione territoriale rispettosa della dignità urbanistica e dell’identità stilistica della montagna, che è la sola in grado di conciliarne storia e progresso. Mi pare dunque che con l’attuale classe dirigente locale per il nostro comprensorio montano non vi sia alcuna prospettiva di salvezza. Occorrerà che in futuro la Cultura entri finalmente nelle istituzioni.

 

Monghidoro, 9/9mbre/2002

 

 

“Uno sguardo al futuro che viene dal passato”

di Beppe Lucchi        

                                                                                                                                          Il rilancio della nostra montagna

                                                                                                                   sarà possibile solo  se la Cultura

                                                                              entrerà  davvero nelle istituzioni

 

    La seconda guerra mondiale ha distrutto molto dei nostri paesi. E con l’avvento del boom economico è arrivato il crepuscolo della civiltà contadina. Era allora, ai tempi della ricostruzione, che bisognava comprendere di non disperdere completamente il nostro patrimonio storico, identificativo dello stile tradizionale delle nostre valli. Gli stenti patiti ebbero la meglio, e così gli scempi urbanistici iniziarono a diffondersi anche per la mancanza di oggettivi riferimenti culturali. Poi ci attraversò l’autostrada del sole, e pure la mitica statale della Futa iniziò il suo declino.

    La vistosa migrazione in cerca di opportunità, non solo verso la vicina pianura, fu inevitabile e lacerante. Larga parte dei nostri borghi caratteristici, esempi di architettura spontanea montana che si era sviluppata “a corallo” per soddisfare di volta in volta le esigenze di allargamento della vecchia famiglia patriarcale, è fatiscente o addirittura ridotta in taluni casi a cumuli di macerie. Al primo acquazzone significativo, essendo ormai rara la presenza di contadini, il nostro territorio inizia a franare ovunque testimoniando il fallimento degli Enti preposti alla sua salvaguardia. Solo da alcuni anni, dopo aver perduto l’antica bellezza saggiamente tramandataci, è maturata in molti di noi la consapevolezza del recupero, della sensibilità estetica.

    Tuttavia ancora oggi, anche se con enorme ritardo, il rilancio della nostra degradata montagna sarebbe possibile. Basterebbe che la Cultura con la C maiuscola, quella cioè dotata di una concreta visione strategica d’insieme in grado di guardare oltre la siepe di leopardiana memoria, entrasse davvero nelle istituzioni. Perché sono sempre le persone che fanno la differenza, e non le cariche che esse sono chiamate a ricoprire. Poche e semplici sarebbero le cose da fare, fondate sostanzialmente sullo sviluppo di due concetti cardine di pianificazione territoriale. Potenziare la viabilità verso la città per favorire sia il decentramento dei servizi che un sostenibile ripopolamento e, contestualmente, agevolare l’oggettività della bellezza ambientale per promuovere quell’industria del turismo la cui conseguente ricaduta economica consentirebbe, ad esempio, di aprire nuove strutture alberghiere anziché trasformare in case di riposo quelle ancora esistenti.

    Con l’indispensabile avallo scientifico dell’università bisognerebbe innanzitutto predisporre i piani regolatori generali, e i conseguenti regolamenti edilizi, affinché fossero rispettosi del recupero della dignità urbanistica e non invece delle clientele, conciliando le esigenze del progresso con progetti integrati di riqualificazione architettonica dei Capoluoghi e dei borghi ad essi collegati. Le istituzioni superiori dovrebbero poi fortemente incentivare l’adozione dei PRG associati tra Comuni aventi una medesima identità territoriale e socio-economica, favorendone anche l’unione di servizi ai Cittadini per ottenere maggiore economicità ed efficienza, valorizzando le singole specificità, e senza intaccare minimamente il patrimonio di memorie e sentimenti che alberga profondamente radicato sotto i rispettivi campanili.

    Solo dopo aver fatto questo si potrebbe mettere in atto una concertata promozione turistica del territorio, altrimenti destinata a crollare in quanto priva delle fondamenta culturali che ne consentano uno sviluppo corretto.

    Nel dettaglio, è possibile in molti casi far riemergere nei centri storici i tratti estetici salienti del passato, elaborando per i copiosi borghi repertori tipologici che ne definiscano il recupero ove possibile, ma anche l’inserimento filologico di nuova edificabilità. In quest’ottica si potrebbe comprendere sia la conversione degli antichi mulini ad acqua in moderni agriturismi, che l’allestimento di musei della civiltà contadina per tramandarne la memoria alle future generazioni. Uno studio a parte, che predisponesse un congruo abaco composito, meriterebbe poi l’arredo urbano: illuminazione, toponomastica, insegne, pilastrini, fontane, panchine, fioriere, cestini, bacheche, croci. Per fare tutto questo l’Ente locale dovrebbe, da un lato, agire in proprio dando per primo il buon esempio e, dall’altro, stipulare convenzioni con i privati elargendo incentivi economici e predisponendo sgravi fiscali. Così verrebbe recuperata parte di quell’atmosfera a misura d’uomo che caratterizzava il nostro fulgido trascorso storico, valorizzandone nuovamente quell’identità senza la quale qualsiasi altro progetto di sviluppo risulterebbe anonimo, e dunque di portata fatalmente limitata, in quanto avulso da uno stile riconoscibile.

    Mi rendo conto che, stante la miopia che ci circonda, ciò che ho descritto sembra essere un miraggio. Eppure a Monghidoro, il paese in cui sono nato e cresciuto, e dove ancora vivo, dal 1997 al 2000, tutto questo si è compiuto rappresentando purtroppo un’isolata eccezione. Ma se si è coscienti che la Cultura non è un’opinione, e che la bellezza salverà il mondo, il rilancio della nostra montagna non è una chimera. Occorre però che la Cultura entri davvero nelle istituzioni, e che tutti assieme, ognuno per la propria parte, si continui, anche attraverso la divulgazione di questa meritoria rivista, a combattere contro la forza dirompente che possiede la presunzione dell’ignoranza. Altrimenti non ci resterà che seguitare a pubblicare solo immagini in bianco e nero, nostalgici del passato, in quanto privati di una reale prospettiva futura.

 

 

Monghidoro, 22 dicembre 2002

 

CARO MINISTRO URBANI

 

(lettera aperta)

 

   Per sei anni mi sono occupato a tempo pieno del recupero della dignità urbanistica e della valorizzazione dell’identità storica del piccolo Comune in cui sono nato e cresciuto. L’ho fatto con l’unico approccio culturale possibile, ossia quello privo di presunzione e di opinioni personali, in quanto fondato sull’oggettività della bellezza quale valore assoluto di civiltà. Ritengo che questa impostazione politico-amministrativa sia facilmente trasferibile a qualsiasi livello istituzionale con evidenti benefici collettivi, soprattutto se fosse concretamente applicata dal titolare governativo del dicastero dei beni e delle attività culturali.

   Gli Italiani, si sa, soffrono di esterofilia e spesso possiedono una scarsa consapevolezza del grande patrimonio artistico universalmente conosciuto che identifica la loro storia di popolo, e quella del loro territorio. L’orgoglio di appartenere a una civiltà che ha saputo esprimere così tanta bellezza dovrebbe a mio avviso essere un obiettivo primario della formazione scolastica obbligatoria, divenendo così centrale nella coscienza delle future generazioni. Eppure Lei caro ministro Urbani, come del resto il suo predecessore Melandri, sembra occuparsi solo di questioni marginali. Ha davvero mai pensato a ciò che si potrebbe fare per valorizzare l’immenso patrimonio ambientale e culturale italiano, trasformandolo tra l’altro in uno straordinario volano occupazionale di sviluppo economico stante la naturale vocazione turistica della nostra penisola?

   Basterebbe elaborare due paralleli e concertati  provvedimenti legislativi in ordine appunto al recupero della dignità urbanistica e alla valorizzazione dell’identità storica, per vederne moltiplicare nel tempo gli effetti benefici. Coinvolgendo le regioni attraverso finanziamenti mirati, bisognerebbe favorire in modo capillare l’adozione scientifica dei piani regolatori generali associati tra Comuni aventi una medesima identità territoriale e socio-economica. Spetterebbe pertanto ai competenti dipartimenti universitari elaborare una pianificazione territoriale in grado di conciliare storia e progresso di ogni diverso lembo di territorio italiano, garantendo con i conseguenti regolamenti edilizi di attuazione che si recuperi il bello anziché seguitare ostinatamente a moltiplicare il brutto attraverso scempi urbanistici, architettonici e di arredo urbano. Contestualmente occorrerebbe avviare un conveniente meccanismo di incentivazione economica (sgravi fiscali), affinché potesse realizzarsi una proficua collaborazione tra pubblico e privato (Stato, attività produttive e cittadini), per il recupero e la tutela dei beni culturali e ambientali. Dalle grandi città d’arte sino ai più piccoli Comuni, dovrebbe cioè interagire un sodalizio misto che si facesse carico del nostro patrimonio monumentale, espositivo e paesaggistico, salvandolo dal degrado progressivo che lo minaccia e completandone il censimento anche nelle sue espressioni minori. Una specifica e diversificata diffusione mediatica dovrebbe poi far conoscere questo nuovo sistema culturale e ambientale nazionale, promuovendone globalmente le conseguenti opportunità.

   In aggiunta a questo impianto fondamentale, sempre con il medesimo approccio di collaborazione sussidiaria tra pubblico e privato, andrebbero definiti alcuni interventi integrati per il rilancio del cinema e del teatro, per l’ottimizzazione del circuito museale, bibliografico, documentale ed espositivo, per la promozione della letteratura e della poesia, dei dialetti locali anche in funzione della comprensione della toponomastica tradizionale (origine dei nomi dei luoghi). Un discorso a parte meriterebbe invece la musica per la funzione terapeutica che potrebbe svolgere. Obbligatorio il suo insegnamento sin dalla scuola elementare; potenziamento delle orchestre liriche e sinfoniche, dei conservatori, degli istituti musicali e di danza; da utilizzare nei reparti ospedalieri specializzati per agevolare il risveglio dal coma, nelle carceri, nei centri di igiene mentale, nelle strutture per disabili, nelle comunità di recupero per  tossicodipendenti, nelle chiese per la sua funzione liturgica.

   Ecco, caro ministro Urbani, questo si potrebbe fare per rendere pienamente consapevole ogni cittadino italiano del patrimonio di bellezza di cui è depositario, coinvolgendo in questo progetto ogni forza politica parlamentare perché la civiltà storica di un popolo, di una nazione, è un valore assoluto che appartiene a ciascuno di noi. Se io fossi al suo posto non mi lascerei certo sfuggire questa straordinaria occasione. Buon lavoro...

Beppe Lucchi

 

 

 

 

Monghidoro, 30 gennaio 2003

 

“ Comunità Montana: costi e benefici. ”

 

   Con la pubblicazione del proprio notiziario 3/2002 spedito alle famiglie, la comunità montana 5 valli bolognesi ha finalmente pubblicato i costi della giunta relativi ai primi 10 mesi dello scorso anno, integrati dalle normative vigenti che li giustificano. Era infatti da tempo che molti cittadini premevano affinché tali consistenti cifre fossero divulgate con trasparenza, per valutarne il rapporto con i benefici che ricadono sul territorio. A tal proposito, alcune singolari considerazioni sia economiche che politiche s’impongono.

   In primo luogo occorre precisare che il presidente costa alla collettività anche il compenso a carico del Comune di Monterenzio di cui è sindaco, essendo esso cumulabile. I colleghi sindaci di Monzuno, Loiano, San Benedetto Val di Sambro e Sasso Marconi, a mio avviso correttamente, svolgono anche l’incarico di assessore della comunità montana percependo però il solo è più conveniente compenso di sindaco dal loro Comune in quanto esso non è invece cumulabile. Mi chiedo pertanto come mai non abbiano fatto altrettanto i Comuni di Pianoro, Monghidoro e Castiglione dei Pepoli, i quali, anziché nominare assessore il proprio sindaco all’interno della giunta della comunità montana, hanno invece designato altri esponenti dell’amministrazione comunale contribuendo così non poco alla lievitazione di tali costi a carico dei cittadini.

   Vengo poi alle osservazioni squisitamente politiche. Il servizio associato di gestione del personale, nel breve periodo, sta costando esattamente il doppio al mio Comune peraltro con un riscontro di efficienza anch’esso decisamente peggiorativo. Probabilmente un solo esempio non sarà di per sé al momento esaustivo, ma lo scopo amministrativo primario dei servizi associati deve essere quello di perseguire una maggiore economicità ed una migliore efficienza a beneficio della collettività, e non invece quello di ottenere un ulteriore spreco di risorse economiche. Che dire poi della sterile demagogia con cui si sono affrontati temi quali l’anno internazionale delle montagne o la Futa e dintorni, cioè senza la benché minima cognizione oggettiva in ordine alla cultura urbanistica, ambientale ed architettonica, tant’è vero che, in ogni Comune, il brutto si sta moltiplicando martoriando sempre più la naturale vocazione turistica delle nostre valli.

   Ma il paradosso lo si raggiunge leggendo, sempre nel già citato notiziario della comunità montana, che la difesa del territorio deve essere una priorità. La legge 3 dicembre 1971 numero 1102 che istituì le comunità montane, si prefiggeva che avessero la funzione di promuovere, coordinare e orientare le diverse iniziative di sviluppo economico ed economico-sociale del territorio nel rispetto e nella tutela attiva dell’equilibrio ambientale del territorio stesso. Dopo oltre trent’anni, ci si accorge cioè di quello che è da sempre un compito primario. In realtà, con l’avvento del crepuscolo della civiltà contadina, piove tre giorni consecutivi e la nostra montagna frana ovunque testimoniando proprio che non esiste nessuna politica incisiva di difesa del territorio dal dissesto idrogeologico. La recente frana alle gole di Scascoli, lungo la strada di fondovalle Savena, ne rappresenta solo l’ultimo e più clamoroso esempio.

   Se questi sono i rapporti tra costi e benefici, mi pare proprio che nella discussione nazionale in atto, tesa al riordino delle competenze territoriali per eliminare gli Enti statali improduttivi, le comunità montane possano rientrarvi a pieno titolo con evidenti vantaggi per i cittadini in termini di minore burocrazia, di razionalizzazione delle risorse umane e, soprattutto, di risparmio di ingenti disponibilità finanziarie.

Beppe Lucchi

 

Monghidoro, 6 febbraio 2003

 

“ Una montagna sempre più isolata ”

 

   A uno sguardo distratto il nostro comprensorio montano appare isolato solo a causa dei problemi legati alla viabilità, interrotta sia lungo la strada di fondovalle Savena che sulla Futa. In realtà, siamo anche completamente tagliati fuori dai progetti di ampliamento e sviluppo delle grandi aziende nazionali per le telecomunicazioni.

   Ci risulta infatti che nessuna politica incisiva di potenziamento sia in atto da parte degli Enti locali (Comuni, Comunità Montana, Provincia e Regione), tesa a favorire il decentramento di un servizio contemporaneo così importante che certamente rappresenta uno dei tanti pregi della globalizzazione. Per esempio non è al momento possibile disporre di linee veloci di connessione a Internet, peraltro recentemente agevolate dagli incentivi economici statali, che favorirebbero il telelavoro, l’attività didattica scolastica e culturale, e anche l’opportunità di sviluppo economico per piccole e grandi aziende con conseguente ricaduta occupazionale.

   Pure sul versante dei telefoni cellulari le carenze sono ancora vistosamente tangibili, stante la vastità di zone in cui la ricezione non è attiva, le quali interessano per esempio lunghi tratti delle fondovalli Idice e Savena,  Quinzano e Castel dell’Alpi. E anche sul versante del segnale televisivo il panorama non è affatto del tutto omogeneo e soddisfacente. A Monghidoro, non è possibile vedere RAI 3 Emilia-Romagna. Prima si ricevevano le notizie regionali dal Veneto e, più di recente, talvolta addirittura dal Lazio.

   Ci pare che l’espansione di questo settore strategico meriti un impegno concreto da parte delle Pubbliche Amministrazioni, sovente incapaci di risolvere anche i problemi ordinari connessi alla viabilità, se non si vuole che la nostra montagna somigli sempre più ad un vera e propria “riserva indiana” con tutti i danni che ne derivano. Sarebbe davvero un grave errore di miopia politica, specie se già si considera la negativa inversione di tendenza rispetto all’andamento nazionale. Stiamo infatti subendo a livello locale l’aumento della pressione fiscale, la diminuzione della sicurezza e dell’occupazione, nonché la moltiplicazione del brutto che penalizza gravemente la naturale vocazione turistica delle nostre valli.

 

Beppe Lucchi

Alessandro Ferretti

 

FANO CONCERT

 

Sabato 3 maggio Beppe Lucchi sarà a Fano per un concerto insieme a Marco Morandi nell’ambito della due giorni di musica, sport e solidarietà. Il musicista monghidorese, accompagnato dai suoi amici Stefano Lorenzi dell’ufficio turistico e Alessandro Ferretti dell’agenzia di eventi e comunicazione RDF, prenderà parte alla conferenza stampa che si terrà alle ore 11 nella sede municipale della cittadina marchigiana. In attesa dell’esibizione artistica serale che si terrà all’anfiteatro Rastad sul lungomare, Lucchi tratterà della musicoterapia e di altri temi socio-culturali per celebrare l’anno europeo delle persone disabili. Al concerto suonerà, con la sua inseparabile chitarra classica Ramirez C664, un Preludio Spagnolo di sua composizione, e Samba di una Nota del grande compositore brasiliano Jobim. Poi Marco Morandi presenterà, accompagnato dalla sua band, brani tratti dal cd di prossima pubblicazione Io nuoto a farfalla che prende il titolo da un brano inedito di Rino Gaetano. Infine Marco e Beppe eseguiranno assieme Yesterday dei Beatles, e Ogni Volta di Vasco Rossi. La kermesse è stata organizzata da Fausto Cuoghi del Celeste Group, che prenderà parte alla maratona che si correrà il giorno dopo. Presenterà Fanny Cadeo. Info: www.beppelucchi.com  www.marcomorandi.com   www.collemar-athon.com

28 aprile 2003

 

 

Monghidoro, 30 luglio 2003

 

 

Divergenze sull’uso della marijuana tra Vasco Rossi e Don Gelmini,

pubblicate oggi dalle testate appartenenti al Quotidiano Nazionale.

 

   Sono un musicista, di quelli colti che hanno studiato, e lo sono diventato a seguito di un incidente stradale che a 19 anni mi ha reso paraplegico. Dunque conosco anch’io il cosiddetto “tunnel” dell’emarginazione. Apprezzo molte delle canzoni di Vasco. Ma so anche che spesso non vi è corrispondenza tra il talento artistico che si esprime su un palcoscenico davanti a migliaia di giovani, e lo spessore etico e culturale dell’artista nella realtà quotidiana. Charlie Parker, il più grande genio della musica moderna, a causa della sua dissoluta condotta di vita morì a soli 35 anni, e il medico che ne certificò il decesso credeva ne avesse il doppio. I ragazzi che vanno ai concerti questo non lo sanno, e quei pochi che lo scoprono vivono una profonda delusione che infrange il loro mito. Il vuoto esistenziale è purtroppo la peggior malattia che affligge il nostro tempo: un’epoca di troppi oggetti e pochi pensieri.

   Non conosco personalmente Vasco Rossi. Conosco invece Don Gelmini dal 1997. Due anni dopo infatti, quando ero assessore alla cultura del mio paese, aprimmo un centro di recupero della Comunità Incontro ubicato nel verde delle montagne tra Bologna e Firenze. Ho pertanto visto recuperarsi molti ragazzi ad una speranza di vita libera e dignitosa. L’attuale responsabile del centro è un ragazzo sloveno di 23 anni, dal fisico possente. Abbiamo però notato in lui un processo di recupero decisamente più lento rispetto agli altri. E’ distratto, svogliato, spesso dimentica le cose anche a distanza di poche ore. Di recente ci ha spontaneamente confidato di aver abusato della marijuana in passato: una parte del suo cervello non gli risponde più.

   La musica è terapia vitale, lo so bene. Scegliere la vita anche quando non si è sul palco mi pare senza dubbio il messaggio più efficace che Vasco possa trasmettere ai suoi numerosi fans. Mi permetto infine suggerirgli di non fidarsi dei trattati sulle tossicodipendenze, anche se pubblicati da editori collegati alla scienza universitaria. Creda invece a Don Gelmini, accettandone l’invito a recarsi nella sua Comunità,  il quale vive il problema in prima persona, direttamente “on the road” da quarant’anni.

 

Beppe Lucchi

 

 

Monghidoro, 29 agosto 2003

                                             Elena Romano

                                             corrispondente RdC

 

COMUNICATO STAMPA

 

Nuovo impegno artistico per Beppe Lucchi sempre nel segno della collaudata formula musica, sport e solidarietà. Questa volta il musicista monghidorese sarà impegnato a Grottazzolina, in provincia di Ascoli Piceno, il 13 settembre prossimo in concerto con Marco Morandi per sostenere la ricerca scientifica del morbo di Alzahimer, anticipando la maratona che si svolgerà il giorno seguente. Con la sua inseparabile chitarra Ramirez C664, Lucchi eseguirà un preludio spagnolo di sua composizione e “Samba di una nota” che è una celebre bossa nova scritta dal compositore brasiliano Jobim. Poi il duetto col giovane Morandi prevede “Yesterday” dei Beatles e “Ogni volta” di Vasco Rossi. Mi piacerebbe, ci ha detto il chitarrista paraplegico, promuovere prossimamente a Monghidoro un’occasione di respiro nazionale per lasciare un segno concreto in quest’anno europeo dedicato ai disabili. Chi lo conosce sa che Beppe mantiene sempre gli impegni. Staremo a vedere...

 

 

 

 

Don Pierino Gelmini

Comunità  Incontro
Mulino Silla,  Amelia TR

 

Lettera al “Cammino”

 

Ho seguito con attenzione la trasmissione televisiva del 30 settembre scorso denominata l’Italia sul 2, in onda a partire dalle ore 15.30 sull’omonima rete nazionale RAI, la quale discuteva del Disegno di Legge del Governo sulla droga. Pur essendo letteralmente sfuggita di mano ai conduttori Monica Leofreddi e Milo Infante, le domande fondamentali che emergevano sono risultate chiare: distinzione tra droghe leggere e droghe pesanti, e se adottare tolleranza o repressione. Impossibile non schierarsi con una delle due tesi contrapposte e, per me che sono da sempre un cattolico liberale, impossibile non stare dalla parte di Don Gelmini e non certo da quella di Don Gallo.

I preti comunisti sono la più grande contraddizione che abbiamo ereditato dalla caduta del muro di Berlino, avvenuta curiosamente grazie anche al contributo del Papa. Non si possono infatti sposare in terra le posizioni riguardanti la persona sostenute dagli atei, perché significa tradire lo spirito stesso del Vangelo. Ma al di là di questa considerazione, Don Pierino è stato come al solito lucido e sicuro: la droga fa male tutta, ha affermato con passione. E siccome il permissivo Don Gallo si professava discepolo di quel grande educatore di giovani che è stato Don Bosco, Don Pierino gli ha giustamente ricordato il passo scritto dallo stesso Don Bosco relativo al valore pedagogico del ceffone dato al momento giusto.

A me bastava guardare lo sguardo di mio padre per capire cos’era bene e cos’era male. Il ceffone lo prevenivo, e l’unica volta che l’ho preso meritatamente la ricordo benissimo per la saggia lezione di vita che mi ha impartito. Eppure il cantante dei Timoria, che era presente nello studio televisivo, ha giudicato per questo Don Pierino un prete sciagurato. Si vergogni, non tanto per la pochezza artistica che rappresentava, ma per aver così giudicato un sacerdote a servizio degli ultimi da quarant’anni che ha letteralmente salvato da morte sicura migliaia di vite in tutto il mondo. E i numeri statistici della Comunità Incontro sono inconfutabili. Essere liberali non significa infatti andare a 300 chilometri all’ora in autostrada, rubare o pugnalare il vicino di casa, cioè non rispettare regole sacrosante a tutela della salute della persona invadendo la libertà altrui.

Ma il dato più significativo dell’intera trasmissione io l’ho colto altrove, negli sguardi delle facce dei ragazzi presenti nelle comunità. Quelli di Don Gallo spenti, assopiti, sofferenti; quelli di Don Pierino vispi, presenti, in buona salute. E se è vero com’è vero che gli occhi sono lo specchio dell’anima, io credo che la netta differenza tra il metadone e una proposta di vita sia emersa luminosa ad indicarci la giusta via da seguire. Grazie Don Pierino, che Dio ti benedica per tanto tempo ancora.

Beppe Lucchi

  

   

S.LEONARDO A MONGHIDORO

 

  1. In questi giorni estremamente delicati per gli equilibri della convivenza pacifica mondiale, ritorna alla mente una celebre frase pronunciata nel 1751 da padre Leonardo da Porto Maurizio presso Imperia durante le sue missioni monghidoresi, custodita gelosamente e tramandata oralmente di generazione in generazione dalle famiglie di Monghidoro;
  2. La frase è Mille e non più mille... ovvero una profezia che riguardava la fine del mondo con l’avvento del terzo millennio dopo Cristo. Ciò appare ancora più inquietante se si considera che il religioso concluse le sue  missioni a Monghidoro l’11 settembre 1751, ovvero 250 anni prima dell’attentato alle torri gemelle di New York City;
  3. Il luogo delle missioni (che stando a quanto riportato dal diario di Fra’ Diego di Firenze fu invaso da oltre ventimila persone provenienti da Bologna, Firenze, dalla Romagna e dal modenese), era l’attuale ingresso nord del paese, all’epoca detto Castagneto della Salitaccia per la ripida salita che da Roncastaldo conduceva appunto al borgo di Scaricalsino il quale rappresentava un anfiteatro naturale che si estendeva sino al Castellaccio, in seguito alle missioni denominato Campo di S.Leonardo al cui ricordo sono tuttora presenti una croce di legno e un pilastrino in sasso, oggi detto dai monghidoresi semplicemente Salgataccia;
  4. Fu il più grande evento della storia di Monghidoro. Padre Leonardo dormì nel monastero di S.Michele ad Alpes, in un cubicolo oggi abitazione privata ove furono poste una lapide di marmo incisa in Latino ed una piccola statua raffigurante il Santo ancora presenti. Una statua più grande fu posta anche nella vecchia chiesa di S.Maria Assunta bombardata nel settembre del 1944, a testimoniare quanto sia ancora vivo nei monghidoresi il ricordo di S.Leonardo;
  5. Queste notizie sono tratte dal libro Le Missioni di S.Leonardo a Monghidoro, scritto da Mons. Claudio Vaioli (1883 – 1953) illustre cittadino monghidorese, pubblicato da Zanichelli nel 1951 e ristampato dalla Parrocchia di Monghidoro nel 2001 in occasione dei 250 anni trascorsi dalle missioni.

 

Beppe Lucchi

19 marzo 2003

 

 

 

 

Monghidoro, 2 febbraio 2004

 

Gentile Ministro MARONI,

 

seppure con un certo imbarazzo, Le scrivo questa breve storia che forse potrebbe essere utile ai circa tre milioni di disabili italiani, in quest’anno europeo a noi dedicato che sta per giungere a termine. 26 anni fa ne avevo 19, e stavo per partire militare con un diploma di ragioniere in tasca. Un amico affronta troppo forte una curva verso Bologna, e mi ritrovo all’ultimo respiro come in un film di Godard. La buona sanità bolognese, e soprattutto l’amore di una Madre che è la più straordinaria delle medicine, mi strappano alla morte. Resta però una sedia a rotelle per la vita. Ma tre anni dopo, nel 1981, incontro un grande artista napoletano che mi racconta di essersi salvato grazie alla musica, spronandomi a fare altrettanto. Acquisto subito la chitarra elettrica che gli vidi suonare, una meravigliosa Gibson Les Paul custom nera, e comincio a studiare musica moderna. Scrivo, compongo, entro alla SIAE nel 1993, e due anni dopo mi diplomo in chitarra classica al conservatorio. Grazie alla musicoterapia che ho applicato alla mia esistenza terrena, non mi sono più sentito piccolo e a disagio davanti al mare, ma parte integrante di tanta grandezza.

Sino al 2001, come cattolico liberale iscritto a Forza Italia, ho fatto per sei anni l’Assessore del piccolo Comune in cui sono nato e cresciuto, occupandomi delle deleghe alla cultura, pubblica istruzione, beni culturali, estetica e informazione. La mia felicità di oggi è frutto di un compito ben costruito, come direbbero alcuni sociologi, in quanto non si nasce felici o infelici: lo si diventa. In estrema sintesi posso affermare che la consapevolezza della bellezza ha accresciuto in misura determinante l’intensità del mio vivere. Un vivere intenso, non frenetico. Ma sensibile e poetico, conscio che la normalità non esista, altrimenti che noia sarebbe la vita!

Fin qui, una storia come tante... Credo però che il Governo stia predisponendo una sorta di “libro bianco” sul mondo dell’handicap, da tramutare probabilmente in Legge dello Stato così com’è avvenuto per il mondo del lavoro grazie al contributo di Marco Biagi. In virtù dell’esperienza personale e istituzionale che ho vissuto, mi piacerebbe farLe conoscere le proposte che seguono per migliorare la qualità della vita di tante persone:

 

  1. prevedere un meccanismo sanzionatorio da parte del ministero delle infrastrutture e trasporti a carico degli Enti locali che non rispettino le disposizioni sulle barriere architettoniche in materia di opere pubbliche, il quale, dietro segnalazione del cittadino al difensore civico regionale non tenuta in considerazione dall’Ente locale che l’ha ricevuta in prima istanza, possa richiamare quest’ultimo a sanare l’opera non conforme pena l’applicazione di una sanzione amministrativa in caso di inadempienza;
  2. istituire un osservatorio tecnico permanente che vigili, a livello regionale o provinciale, sulla corretta applicazione della Legge 13/89 in ordine alle barriere architettoniche negli edifici privati, in quanto essa viene sovente disattesa principalmente a causa dello scarso controllo amministrativo che dovrebbero svolgere gli Enti locali;
  3. aggiornare il nomenclatore tariffario (che mi pare sia di competenza del ministero della salute), al fine di dispensare gratuitamente una serie di ausilii tecnologici ed informatici oggi esclusi dall’elenco, particolarmente utili a diverse tipologie di handicap;
  4. modificare il metodo di accertamento dei falsi invalidi, facendo in modo che non vengano più sorteggiati per il controllo coloro ai quali una commissione medica abbia già certificato una patologia irreversibile;
  5. recuperare risorse finanziarie dalle false invalidità, e con altre aggiuntive reperite attraverso la fiscalità generale, aumentare sensibilmente le provvidenze economiche corrisposte ai disabili veri per garantire loro maggiore autonomia e dunque maggiore libertà individuale, affrontando contestualmente il tema della non autosufficienza.

 

Certo della Sua attenzione e della Sua sensibilità di musicista, La saluto con stima confidando nella Sua concretezza recentemente insignita del prestigioso riconoscimento intitolato alla memoria del Presidente statunitense Roosevelt.

 

Beppe Lucchi